martedì 2 febbraio 2021

Antonio Aniante, frontaliere della cultura


Antonio Aniante (1900-1983), scrittore catanese poliedrico e geniale, sembra sfuggire a ogni etichetta che voglia costringerlo in uno schema definitorio. Personaggio culturale tra i più interessanti e vivaci del nostro Novecento, nella sua multiforme produzione (poesie, romanzi, saggi, biografie), Aniante sfrutta moduli compositivi tipici delle Avanguardie storiche, evidenti soprattutto nell'opera drammatica, come conferma anche la recente ristampa dell'antologia teatrale "I semidei della mafia locale" e "La rosa di zolfo". Tutte le caratteristiche delle Avanguardie (futuriste, espressioniste, surrealiste) sembrano infatti rispecchiarsi in Aniante, a cominciare dalla sua stessa vita, dai risvolti tragici e talora grotteschi, inquietamente errabonda come quella del 'wanderer' espressionista. Centrali, per la sua attività creativa, furono Roma e Parigi: l'una, per il fecondo incontro con Anton Giulio Bragaglia, regista del Teatro degli Indipendenti, l'altra, per il contatto con le idee e i rappresentanti più significativi delle Avanguardie. A distanza di trent'anni dalla monografia di Rita Verdirame (1982), il presente volume vuole riproporre un ritratto di Aniante che, sottolineando l'importanza e l'originalità dell'autore, risarcisca in parte il colpevole silenzio di molta critica. Accogliendo, in forma rielaborata, anche i risultati della tesi svolta da Annalisa Beccaria, il saggio delinea il suggestivo profilo di questo "frontaliere" della cultura.
Corsinovi Graziella - Beccaria Annalisa, Antonio Aniante. Outsider del teatro, Le Mani-Microart's, Recco, 2013

Antonio Aniante, pseudonimo dello scrittore Antonio Rapisarda, fu scrittore, giornalista e autore di diverse commedie teatrali. Nato a Viagrande, vicino Catania, nel 1900, esordì giovanissimo con la raccolta poetica Costellazioni. Trasferitosi a Parigi ad appena diciotto anni, visse per tre anni come un bohémien, facendosi notare e sperimentando come autore teatrale, unendo alla tradizione siciliana suggestioni delle avanguardie con cui venne in contatto nella città francese. Spostatosi prima a Piacenza e poi a Milano, entrò a far parte dell’entourage della casa editrice Alpes; a Roma invece, frequentò Pirandello, Alvaro e Malaparte, e si fece notare al Teatro degli Indipendenti. Nel 1930 si trasferì di nuovo a Parigi e nel 1937 ottenne il premio letterario dell’Accademia nazionale francese con l’opera Vie et aventures de Marco Polo. Da quel momento dedicò la propria vita al giornalismo e alla produzione letteraria. Tra le opere più importanti si ricordano Vita di Bellini, Ricordi di un giovane troppo presto invecchiatosi e Figlio del sole.
Maria Grazia Compagnini

Elio Lentini ed Antonio Aniante - Fonte: Associazione Aniante-Lentini

Antonio Aniante (pseudonimo di Antonio Rapisarda) scrittore, critico d’arte, giornalista, romanziere, drammaturgo ma anche “frontaliere della cultura”.
A ricordarlo e a rinsaldare nel contempo il legame culturale fra Italia, Monaco e Francia, ha provveduto martedì 28 gennaio 2020, la rievocazione della figura di questo illustre italiano nel corso di un incontro organizzato presso l’Agorà, la Casa Diocesana di Monaco, dall’Ambasciata d’Italia del Principato in collaborazione con l’associazione culturale Aniante-Lentini.
Antonio Aniante esordì collaborando a “900” di Bontempelli e Malaparte e pubblicando commedie d’avanguardia (citiamo Gelsomino d’Arabia commedia in 3 atti del 1926 per il Teatro degli Indipendenti di Roma e  La Rosa di zolfo, presentata nel 1958 al Festival della Prosa di Venezia da Domenico Modugno) ed una una serie di romanzi.
A parlare del romanziere e critico d’arte nato nei pressi di Catania e scomparso a Latte (Ventimiglia) nel 1983 (dove si era trasferito dopo avere vissuto e operato a Parigi e Nizza) sono stati, dopo l’introduzione dell’ambasciatore Cristiano Gallo, una serie di relatori [...]
La rievocazione di un personaggio - che tra l’altro conobbe e frequentò artisti destinati a diventare famosi come Matisse, De Pisis, De Chirico e a Parigi ebbe occasione di conoscere Pirandello - ha avuto luogo a Monaco dopo l’analoga cerimonia organizzata nel 2017 dal Console Generale di Nizza Raffaele De Benedictis.
A tenere viva la fama di Antonio Aniante, che a Parigi ottenne anche la medaglia d’oro dell’Accademia di Francia, contribuisce da anni lo scultore Elio Lentini il quale, come ha sottolineato Leonardo Saviano, “ha saputo mettere in valore l’incoraggiamento ad approfittare della particolare libertà transfrontaliera di quella luminosa terra di confine”.
A ricevere ispirazione da paesaggi e colori della Riviera Ligure e dalla vicina Costa Azzurra, d’altronde, sono stati alcuni grandissimi nomi del passato [...]
E sulla scia di questo ennesimo ponte artistico fra l’Italia e la Francia si inserisce anche il protagonista dell’incontro monegasco.
“Antonio Aniante-Rapisarda - ha spiegato nell’introduzione l’Ambasciatore Gallo - è un personaggio eclettico. La sua spiccata sensibilità lo avvicina precocemente all’attività letteraria. Pubblica a soli 15 anni una raccolta di poesie per la quale Marinetti si congratula con lui. Come la gioventù colta del tempo si ispira al decadentismo e al futurismo italiano. Intraprende fin da giovanissimo anche l’attività giornalistica che porterà avanti per tutta la vita…Il legame con il territorio francese inizia nel 1929 quando si trasferisce a Parigi per ragioni culturali ma anche politiche e dove farà importanti conoscenze letterarie ed artistiche per poi trasferirsi in Provenza “nel cuore della foresta meravigliosa” (per citare le sue parole)”. “A Nizza - prosegue Gallo - gode della protezione del Console Italiano con cui collabora. Dal 1946 si stabilisce definitivamente nella sua dimora di Latte. Ben presto diventa una sorta di dominus della cultura locale svolgendo numerosi incarichi e ricevendo la visita di molti personaggi famosi fra cui la principessa Grace Kelly”.
A seguito di un fortunato incontro Antonio Aniante nel 1960 diventa mentore, estimatore ed amico del maestro Elio Lentini, che oggi vive a Dolceacqua. Si tratta di “una storia di grande stima ed amicizia umana e culturale che sopravvive all’oblio fisico”.
“Infatti - ha sottolineato il Console generale di Nizza Raffaele De Benedictis - il noto scultore continua in modo instancabile l’opera di celebrazione e di diffusione verso il grande pubblico della figura del letterato con la sua associazione culturale Aniante-Lentini” contribuendo inoltre “ad alimentare il fermento culturale dell’area geografica italo francese”.
L’incontro fra l’artista e lo scrittore risale agli anni ’60 agevolato anche dall’ identità nazionale francese delle rispettive consorti. “Aniante - spiega ancora De Benedictis - definiva le sculture di Lentini “realismo magico, pennello di fuoco che nella sua officina incandescente è in grado di produrre opere meravigliose” [...]
Angela Valenti Durazzo, Antonio Aniante: Letterato e Scrittore tra Francia, Monaco e Italia, MONACO ITALIA MAGAZINE, 4 febbraio 2020

[...] È la storia di Antonio Aniante, brillantissimo intellettuale nato a Viagrande (CT) nel 1900, che un abitante dell’isola, con tutta probabilità, farebbe fatica a scovare persino negli angoli più reconditi della propria memoria. Sì, perché la vicenda del nostro conterraneo appare quantomeno paradossale: ricordato con stima ed affetto da una nicchia ristretta del panorama culturale siciliano e nazionale, è considerato una vera e propria pietra miliare all’estero, specialmente in Francia, dove soggiornò a lungo e dove lasciò un’eredità inestimabile, a cui ancora oggi, senza saperlo, guardiamo con profonda gratitudine. Se pensassimo ai personaggi di spicco dell’arte e della letteratura del ‘900, difficilmente troveremmo qualcuno che non abbia avuto il privilegio di incrociare il genio giramondo di Aniante. In principio fu Tommaso Marinetti, capostipite del Futurismo ed egli stesso assiduo frequentatore del contesto parigino, ad elogiarne le doti poetiche definendolo «un siciliano del Novecento»; poi fu l’intera Francia, meravigliata dagli articoli e dalle biografie che il nostro autore riusciva a scrivere senza sforzo in un perfetto francese (la sua competenza fu paragonabile solo, secondo gli studiosi, a quella di D’Annunzio). E fu proprio questo apprezzamento a consacrarne eternamente il valore: ai suoi meriti artistici venne riconosciuta la prestigiosissima medaglia d’oro dell’Académie Française come miglior scrittore straniero. Basterebbe limitarsi a questi dati preliminari per acquisire una dimensione veritiera di ciò che la sua carriera rappresentò. Eppure, saremmo ancora in notevole difetto. Perché, sempre a Parigi, negli anni ’30 Aniante si dilettò nel mestiere di antiquario. Togliendosi lo sfizio non soltanto di conoscere Pirandello, ma anche di avviare una galleria d’arte tutta sua. Si chiamava Jeune Europe e fu un vero e proprio trampolino di lancio per artisti emergenti che desideravano ardentemente farsi strada. Due nomi su tutti diedero lustro a quell’ambiziosa impresa attraverso i loro lavori: Henri Matisse e Giorgio De Chirico. Due cuori rampanti destinati a diventare dei giganti. Aniante, evidentemente, se ne intendeva. Una volta, scherzando bonariamente come era solito fare con una giornalista, disse che se non fosse stato costretto dalle difficoltà economiche a chiudere la galleria e a svenderne tutte le opere - senza la possibilità di tenerne qualcuna per sé - sarebbe sicuramente diventato ricco, visto il valore che quei quadri acquisirono nel giro di pochi anni. L’Italia si ricordò parzialmente di lui soltanto nel 1958: alla Biennale di Venezia, venne presentata la sua commedia La rosa di zolfo. Tra gli interpreti, un giovane Domenico Modugno. Morirà nel 1983. Oggi, nella coscienza collettiva, il suo ricordo è incredibilmente sbiadito [...]
Joshua Nicolosi, Antonio Aniante: lo scrittore che scovò i giganti del Novecento Originario di Viagrande (nel catanese) fu poeta, giornalista e teatrante. La sua fama, che in Italia non fu mai adeguata al suo genio, raggiunse l'apice in Francia. Dove fu consacrato come autore eccelso e dove, con la sua galleria, diede l'opportunità di mettersi in luce ad alcuni dei più grandi artisti mai esistiti come De Chirico e Matisse, SICILIAN POST, 1 Novembre 2020

[...] Nato a Viagrande, in provincia di Catania, all’inizio del secolo, Antonio Aniante poeta, drammaturgo, romanziere, giornalista, saggista, dopo un primo soggiorno giovanile a Parigi, e la laurea in filosofia conseguita a Milano, visse per tre anni un’intensa stagione teatrale a Roma, durante la quale le sue opere furono rappresentate al Teatro degli Indipendenti sotto la direzione di Anton Giulio Bragaglia. Collaboratore della rivista «Novecento» di Massimo Bontem-pelli, caposcuola del cosiddetto «realismo magico», Aniante si colloca letterariamente nella corrente che va sotto il nome appunto di «novecentismo» e, ancora in giovane età, fu definito da Marinetti, fondatore del futurismo, «un siciliano del Novecento». Negli Anni Trenta, Aniante ritorna a Parigi dove, in mezzo a notevoli difficoltà e sfortune, riesce al fine a raggiungere la gloria letteraria alla quale aspirava ardentemente.
Una delle sue opere principali Vie et Aventures de Marco Polo, dapprima rifiutata dagli editori, viene pubblicata nelle prestigiose collane del Mercure de Franco.
Numerosi sono i libri in francese - soprattutto biografie - che Aniante scrive in quegli anni e, per i suoi meriti, gli viene conferita dall’Académie Française la medaglia d’oro quale migliore scrittore straniero in lingua francese.
Aniante trascorre gli anni della guerra nel nizzardo, riuscendo fortunosamente a sfuggire all’arresto da parte dei tedeschi e, nel dopoguerra ricopre la carica di addetto culturale ai Consolati d’Italia a Nizza e Monaco.
All’inizio degli Anni Sessanta, fa costruire a Latte [Frazione di ponente di Ventimiglia (IM)] la villa “I Pini” nella quale si stabilisce con la moglie e dove vive fino alla morte [...]
Antonio Aniante a tre anni dalla morte Lo scrittore, che visse a lungo a Ventimiglia e vi morì, commemorato alla Civica Biblioteca Aprosiana, alla quale sono state donate le sue opere - Proposta l’intitolazione del Ponte Roia bis allo scrittore. LA VOCE INTEMELIA anno XL  n. 11 - novembre 1986

sabato 30 gennaio 2021

Il console scocciato faceva finta di impressionarsi

La Collegiata di San Giovanni Battista ad Imperia Oneglia

Dai centri di raccolta di Figueiras e di Albacete se ne arruolarono una dozzina di queste parti [la provincia di Imperia] coi repubblicani spagnoli, entrando nelle brigate internazionali: quattro caddero subito in combattimento nei primi scontri contro i falangisti. Nel frattempo il professor Parodi spiegava filosofia in còcina ligure e trascurava le riforme di Bottai, - ma va a spigolare -; qualche altro rifiutava il voi dalla cattedra come Giraud galantuomo o la Biglia la Drago e la Giobbia sempre recidive e sempre sorvegliate per antifascismo schietto.
Proprio soltanto una bravata liceale fu il pestaggio serale del professor Osilia, che era pacifista e se ne andava tranquillo pei fatti suoi; non capiva assolutamente, manco a spiegarglielo, il concetto futurista di - guerra-igiene-del-mondo -. Sempre in quei tempi, gli studenti marinavano la scuola istigati dai gerarchi per le dimostrazioni interventiste.
Ogni tanto si riunivano vociando sotto il consolato di Francia per Nizza Savoia e Corsica, le volevano subito all'atto pratico siccome ci spettavano, perdio.
Mentre il console scocciato faceva finta di impressionarsi socchiudendo le persiane, loro insistevano per averle tutte insieme ste colonie in una volta sola senza transigere, altro che balle. Per il resto, le solite fesserie: qualche avanguardista scelto per il campo dux, qualcuno più ruffiano ai ludi juveniles. A maggio in piazza d'armi, tutti gli anni sempre uguale, c'era il saggio ginnico coi professori di ginnastica pettoruti come li avevano confezionati alla Farnesina; molto seriamente esibivano i loro prodotti in dinamismo, come fossero sempre all'accademia. Ogni sabato il premilitare uno due, uno due, dietrofront con tutte le varianti fuori ordinanza per i bulli, e sempre così, era proprio una menata insopportabile; poi bisognava ricominciare sempre da capo a montare smontare e rimontare il moschetto, che uno se ne faceva una panciata; bisognava impararne tutte le buffetterie ad occhi chiusi soltanto toccandole, e guai a sbagliare.
5. Una volta a Porto Maurizio, sul più bello, durante una riunione all'ingrande del Guf, il patatrac capitò mentre erano tutti in divisa tra gli stucchi dorati del ridotto del Cavour.
Gerarchi in orbace con cianfrusaglia pendente sullo stomaco, si alzò Angelo Magliano universitario antifascista, senza camicia nera, per dire che dopo tante pagliacciate sissignori era ora di mettere il dito sulla piaga.
Ma nessuno fiatò nel silenzio lì per lì; allora disse anche delle altre cose ancora più taglienti perché lui sapeva parlare, e invece i gerarchi no; così loro sapendo solo comandare, sciolsero subito la seduta alzandosi in piedi tutti insieme e gridando forte - saluto al duce, rompete le righe.
In quei tempi i giuseppini della Fondura organizzarono all'ingrande dentro il collegio e fuori nella palestra, la tre giorni forti e puri dell'azione cattolica giovanile.
I giovani fascisti non erano d'accordo siccome volevano che di riffa o di raffa c'entrassero pure i destini fatali della città eterna, e le benemerenze della razza ariana.
Così strapparono gli striscioni di via San Maurizio e successe che nella impresa si offesero di più quelli del fascio; all'atto pratico corse qualche pugno nello scontro conseguente coi giovani cattolici istruiti da Padre Paravagna, e ci fu il parapiglia sui marciapiedi.
Sempre in quei tempi la folla, che tanto numerosa non si era mai vista in chiesa, straripava dalla collegiata di San Giovanni a Oneglia, quando don Boeri arciprete faceva predicare, bene in vista dalle balaustre, Giorgio La Pira e don Primo Mazzolari. Erano delle occasioni eccezionali, e a sentirli ci andavano anche quelli che a messa non ci andavano mai, neppure alla festa grande.
Più in dentro, nei paesi di queste valli aperte ai venti e alla pioggia, coi sagrati frusti, gli oratori erano più duraturi delle palestre della Gil; tra questa gente povera e tenace, sopravvissero fabbricerie e confraternite, coi registri rilegati in pelle di capra e le loro usanze guai a toccargliele.
Fra Ginepro cappellano della milizia arringava roboante i legionari d'oltremare per la quarta sponda, alé alla conquista; ma loro non ci capivano un tubo infastiditi dal sudore e dalla acidità di stomaco, fumando le milit.
Luigi Gedda faceva il tenente medico a Campochiesa, era di complemento, e nel frattempo collaudava l'azione cattolica pacelliana nella cella campanaria del Sacro Cuore di Albenga incitando jodel jodel ju falò, che era il suo grido va a sapere alla montanara, come lo voleva lui.
Moriva nella sua Casa rossa, tra le essenze salmastre i pini silvestri e i riflessi grigioargentei del Capo Berta, il poeta dei bimbi Angiolo Silvio Novaro, quello del «Cestello», rinomato assaggiatore d'olio e compilatore del testo unico per la quarta elementare, tutti balilla.
Gli fecero un funerale solenne, come a Oneglia non ne avevano mai visto, con feluca e spadino di accademico d'Italia sul cofano. Tutte le scolaresche in divisa della gioventù italiana del littorio venivano dietro bene allineate e coperte; finché il gerarca mandato da Roma in camicia nera, rappresentando il duce al cimitero, fece il discorso e tutti dissero - presente.
6. Giovanni Strato si ripassava in solitudine i momenti forti della storia locale per riparlarne coi suoi studenti, e allevava antifascisti in cospirazione coi fratelli Calvini, poi coi Serra.
Alla sera di nascosto a poco a poco traduceva Hitler m'a dit e i discorsi di Churchill, che ricopiava a mano, facendone delle copie per distribuirle a suo rischio e pericolo.
Nella tabaccheria di Amoretti a Porto, dietro un paravento, sotto il naso dei poliziotti, si rimontavano tutte le volte che facevano di bisogno i pezzi del ciclostile della cellula.
Poi Castagneto Elettrico smistava le copie de l'Unità sottobanco senza farsene accorgere, e proprio lì a due passi dalla questura fissava gli appuntamenti interpartitici della cospirazione.
I giovani cresciuti in sacrestia con don Gerini don Vìcari e don Montanaro, mostravano ai passanti l'Osservatore Romano con sussiego; magari non lo leggevano neanche perché era difficile, ma lo mostravano dalla tasca della giacca. Lo tenevano con la testata bene in vista sulla crocera per cimentare i fascisti che passeggiando avanti indietro facevano i bulli; erano i tempi che Trucchi e Faravelli ci sguazzavano da marpioni col regime, cuccandosi gli appalti uno sull'altro in Africa Orientale e in Spagna, quando andavano o venivano immanigliati a generali gerarchi ispettori e affaristi, con tutto il bataclan dei maneggioni che gli stavano intorno.
Dicevano perfino di una volta, quando Franco fu alle strette senza soldi per qualche manrovescio marocchino che gli era capitato all'improvviso: allora invece di valuta gli esibì in pagamento un treno blindato con tutto il munizionamento e gli accessori giusti per farlo funzionare, tutto in regola.
A quei tempi era già famoso il pilota Cagna di Ormea, perché dicevano che fosse il più giovane generale dell'aviazione fascista.
Era diventato il beniamino di Italo Balbo avendo trasvolato l'Atlantico nella sua carlinga durante la crociera del decennale, e così aveva cominciato prima la carriera; poi si disperse da eroe nel Mediterraneo, chissà dove, guerreggiando col suo aerosilurante.
Sempre in quei tempi capitava in Riviera elegantissimo, gardenia all'occhiello in torniture di versi raffinati, Francesco Pastonchi fine dicitore; seguiva da esperto la distillazione della lavanda sul Col di Nava, e ci teneva a farsi ammirare nel profumo di zagare o di mimose dalle signore del bel mondo ai trattenimenti del casinò di Sanremo. 

Osvaldo Contestabile, Scarpe rotte libertà. Storia partigiana, Cappelli editore, 1982, pp. 11-13

Dal 1940 al 25 luglio 1943 gli antifascisti si fecero più numerosi, diventarono più attivi, e si formarono dei veri e propri gruppi clandestini tendenti deliberatamente ad abbattere il fascismo.
Lo scrivente, prof. Strato, come esponente dei gruppi da lui creati ed organizzati, già attivi nel 1940, e che comprendevano circa un centinaio di persone in Imperia e fuori di Imperia, venne a contatto con esponenti di altri gruppi e con altri antifascisti. In queste pagine si limiterà a ricordare qualche persona isolata e alcuni fra gli esponenti di gruppi che, durante la guerra o subito dopo, svolsero una certa attività o ebbero qualche mansione, mentre spera di potere essere più completo in un eventuale studio più ampio. Così vengono ricordati specialmente: l'ing. Vincenzo Acquarone, con gli Oddone Ivar e Bruno, con Eliseo Lagorio, con Todros Alberto, con Carlo Carli e con altri: il prof. Bruno Giovanni, con Ugo De Barbieri di Genova, con Gazzano Federico, col sergente Alfredo Rovelli di Sanremo, e con altri; il rag. Giacomo Castagneto; Felice Cascione; Magliano Angelo (residente a Milano); l'avv. Ricci Raimondo; i proff. Giuseppe Maranetto e Letizia Venturini; la prof.ssa Costantino Costanza (residente a Torino): i Calvini (Nilo e Giovanni Battista o «Nanni») di Bussana; Lorenzo Acquarone, di Artallo; Nino Siccardi (poi «Curto») (11)*. Ognuna delle persone sopra ricordate, e altre collegate con esse, che non abbiamo potuto elencare perché nel presente volume è solo possibile accennare brevemente a questo argomento, avevano a loro volta una cerchia più o meno vasta di amici, ad essi uniti per lo stesso fine e con lo stesso ideale. I gruppi, per lo più, si tenevano in contatto per mezzo dei principali esponenti; e persone e gruppi costituivano una fitta rete cospirativa, che svolgeva un'attività particolarmente intensa.
Dei gruppi costituiti e diretti dallo scrivente fecero parte, fra gli altri, Enrico e Nicola Serra e Sergio Sabatini.
(11)* Dietro invito di Magliano Angelo, fatto in una delle molte riunioni clandestine tenute in casa dell'Ing. Vincenzo Acquarone, alcuni di noi, fra cui lo scrivente, avevano prenotato e poi acquistato copia del volume «Presupposti di un ordine internazionale» di Guido Gonella, Edizioni <<Civitas Gentium», Città del Vaticano, 1942.
Giovanni Strato, Storia della Resistenza Imperiese (I^ zona Liguria) - Vol. I. La Resistenza nella provincia di Imperia dalle origini a metà giugno 1944, Editrice Liguria, Savona, 1976, ristampa del 2005 a cura dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, p. 59

Enrico Serra (Imperia, 4 maggio 1921 - Gusen, 2 febbraio 1945) è stato un partigiano italiano.
Enrico Serra nacque ad Imperia il 4 maggio 1921; venne arrestato e rinchiuso nel campo italiano di Fossoli, nel settembre 1943, in seguito ad un'azione partigiana.
Da qui venne poi trasferito con il fratello Nicola ed i compagni Raimondo Ricci ed Alberto e Carlo Todros nel campo di sterminio di Mauthausen, dove a causa dei terribili stenti, morì il 2 febbraio 1945.
Il 19 settembre 1994 il Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, gli concesse la Medaglia di Bronzo alla memoria e al Valor Militare con la seguente motivazione: "Subito dopo l'8 settembre 1943 si adoperava per il recupero delle armi e l'organizzazione di bande armate per la lotta di liberazione. Catturato dai nazifascisti e deportato in Germania, moriva nel campo di concentramento di Mauthausen, dopo avere sopportato stoicamente, per oltre un anno, sevizie e sofferenze".


 

sabato 23 gennaio 2021

La città dei fiori, in realtà, era in passato la città degli agrumi


"Cominciare dallo staccare i frutti dalle fronde pendenti ed andrai man mano disponendo con riguardo come fossero uova, i frutti nel paniere. Appena esso sia pieno converrà che il garzone vada a vuotarlo sulla tenda con la massima attenzione, mentre tu ti servirai dell'altro paniere. Dei luoghi degli alberi a cui non arrivi con la mano, serviti del gancio di legno (Bruncin) onde abbassare i rami; ma con avvertenza di non squarciarli, massime i vecchi, perché non elastici. Bada bene a non tirare mai il frutto, perciocché se esso è perpendicolare senza peduncolo e se obliquo senza scorticare il gambo. Raccolto che avrai alle fronde basse, girerai sulla scala attorno all’albero per raccogliere sulle alte; se poi rimangono frutti da non poterli raccogliere che montando sull'albero lo farai con riguardo alle fronde, ai fiori, e ai piccoli frutti. Attrezzatura adatta. Scarpe con suola di corda, o dammeno sottili e pieghevoli, un gancio di legno (bruncin) 75 cm., due pagneri (cavagni) imbottiti, con gancio per appenderli ai rami, una tela grande di tela grossa, una scala a tre piedi e il calibro anello, quando la rugiada sarà asciutta".
Quando a fine '800 queste regole vennero disattese e i limoni arrivarono a destinazione in pessime condizioni persero la supremazione sui mercati europei.
I limoni siciliani con prezzi più bassi e spediti confezionati nella bambagia arrivavano fino in Russia in perfetta forma.
La cura quasi religiosa per queste piante che portavano ricchezza non è più riscontrabile in nessun ambito odierno.
Commuove quasi la delicatezza pari a quella di una madre per i suoi figli.
Irma Beniamino, Giardini di agrumi nel paesaggio di Sanremo. Coltura e varietà nei secoli XII-XIX, Editore Guaraldi, 2017

Secoli di florida produzione di aranci, cedri, limoni e altre specie agrumicole sono trascorsi prima della fine del XIX secolo, quando la ferrovia ma soprattutto una cospicua e rapida espansione edilizia hanno sostituito una realtà paesaggistica del territorio rivierasco dove gli agrumi erano l'elemento dominante dell'agricoltura e del commercio locali. A questa storia si è dedicata con grande perizia e cura, la paesaggista Dott.ssa Irma Beniamino che dopo la tesi di Laurea, premiata dall'Università di Torino con la dignità di stampa, ha per vari anni continuato ad esplorare biblioteche, musei, archivi pubblici e privati alla ricerca di notizie utili a ricostruire i vari aspetti tassonomici, agronomici, produttivi e commerciali di un importante indirizzo colturale oggi praticamente scomparso. Al termine del privilegio di una "prima lettura" di quest'opera ritengo di poter affermare che la Comunità sanremese deve riconoscenza alla Dott.ssa Beniamino per avere con pazienza e competenza esaustivamente ricostruito una pagina così importante del suo passato.
Enrico Baldini, Prof. Emerito di Arboricoltura Generale nell'Università di Bologna, in Irma Beniamino, Op. cit.

C’è una Sanremo fatta di giardini di agrumi, specie autoctone e commerci internazionali, del profumo dei cedri, del giallo dei limoni che si stempera nell’arancio dei mandarini antichi. Una Sanremo che parla di storia e di colture oggi scomparse: un mondo, e un paesaggio, raccontati con perizia da Irma Beniamino nel suo ultimo libro Giardini di agrumi nel paesaggio di Sanremo. Coltura e varietà nei secoli XII-XIX.
Storica e paesaggista, Irma Beniamino aveva lavorato in passato sulle coltivazioni sanremesi insieme all’indimenticato Libereso Guglielmi. La ricerca sugli agrumi ha radici nella tesi di laurea e indaga un aspetto poco noto di queste colture, diffuse in Riviera sia per scopi commerciali e alimentari, sia per uso estetico. “Nel libro descrivo la coltivazione degli agrumi a Sanremo, ma anche la trasformazione del paesaggio - racconta - e poi le varietà, con la loro diffusione nei giardini storici italiani ed europei dall’epoca barocca in avanti”. La prima documentazione iconografica degli agrumi in città è databile a metà del ‘600, mentre per la parte varietale la prima citazione risale al XII secolo. “Da lì arriviamo fino ai primi del ‘900 - aggiunge la Beniamino - fino alla sparizione dal paesaggio e quasi anche dalla memoria. Eppure in territori limitrofi, come a Mentone, la memoria è rimasta più forte, sebbene non ci fosse la notorietà internazionale di Sanremo”.
La città dei fiori, in realtà, era in passato la città degli agrumi, con varietà che ne portavano il toponimo e ne avevano costruito la fama internazionale. Sanremo era infatti famosa per i cedri, considerati i migliori d’Italia e capaci di richiamare, fin dal Medioevo, la presenza di commercianti ebrei in arrivo da tutta Europa. E poi c’era il cosiddetto limone di Sanremo, documentato in decine di pubblicazioni e nelle collezioni delle orangerie dei più importanti giardini storici d’Europa. “Alcune varietà esistono ancora oggi - spiega l’autrice - ma sono limitate alle collezioni storiche, per esempio quelle medicee di Boboli a Firenze, oppure a un vivaismo di agrumi antichi molto specializzato”.
Alessandra Chiappori, Giardini di agrumi a Sanremo, Riviera dei Fiori info

lunedì 18 gennaio 2021

Le rocce di Sant'Ampelio (di Vera Noach-Kas)


Quest'inaspettata pace

rende la tua assenza

una mera illusione,

come un'onda

che mai si avvicina,

un lontano dolore

che facilmente si ignora,

che ci lascia tornare

al nostro ruolo da recitare

o con il cuore più leggero

nuotare a riva

dove ogni struggimento

s'allontana come polvere

(e si è mondati da quella

indefinibile inquietudine

che alcuni chiamano amore),

tra queste consapevoli rocce.

Vera Noach-Kas

P.S. Le rocce di Sant'Ampelio sono gli scogli dell'omonimo Capo di Bordighera (IM) 


 

Imperia è...

Un'edizione della Fiera del Libro di Imperia, successiva alla data del post qui trascritto - Foto: Guido Guglielmi

Foto: Guido Guglielmi

imperia è il vento che trascina disordine….
imperia è il vento che trascina eventi… notturni.. diurni
imperia è la grandezza di un tempo… l’onore ferito
imperia è il negozio di fiori in piazza san giovanni…
imperia è un gelato alla fragola….
imperia è gente che passa in fretta… tutti con i loro sgurdi
imperia… infame? no imperia di sapori estivi…
imperia… dei posti auto che vigilano… su quelli buoni…
imperia è sabbia che sale… finestra che scende….
imperia è uno scalino del muro di piazza calvi…
imperia è montagna col cai imperia… imperia son le
sale comunali.. con dibattiti accesi… bilanci.. preventivi…
imperia è una bella ragazza da baciare….
imperia è piena di se…. o di me….
imperia è i suoi milioni di blog….
imperia è un giardino poco … curato…
imperia è la lavanda abbandonata…
imperia è ineja è san giovanni….
imperia è la fiera del libro… che se pur piccola esiste

Foto: Guido Guglielmi


Guido Guglielmi, 27 maggio 2010