martedì 15 dicembre 2020

È un lavoro lento. Io sono una persona lenta

Un'opera di Eleonora Siffredi - Fonte: Comune di Sanremo (IM)

La mostra “Opere ritrovate” che il 19 giugno [2015] si è aperta nelle sale del Museo di Villa Luca a Coldirodi (oggi amministrativamente una frazione di Sanremo, ma in realtà un borgo a sé stante, un tempo denominato la Colla, con sue proprie caratteristiche) ci ha dato la possibilità di tornare a vedere (dopo le varie esposizioni in Liguria, a Venezia, a Parma) una raccolta di lavori di Eleonora Siffredi.
Così, in una porzione del piano superiore dell’edificio che ospita la severa raccolta di quadri e libri del sacerdote Stefano Paolo Rambaldi (che fu in rapporti epistolari con Pellico, Gioberti, D’Azeglio e Manzoni, fra le altre cose), ecco questa mostra che si presenta con la leggerezza e l’impalpabilità delle nuvole.

Sono quadri, quelli che vediamo in questa esposizione?
Diremmo di sì, per lo meno in quell’accezione aperta e un po’ turbata che ci fa ritenere quadri i polimaterici di Prampolini o gli assemblages di Rauschenberg. 

Anzi, Siffredi esce assai poco dalla bidimensionalità, e comunque chiede uno sguardo unidirezionale, quello appunto della pittura.
Insomma, a queste opere non ci puoi girare attorno, come invece si può fare con le sculture o con gli edifici.
O, volendo, puoi farlo, come per ogni cosa, ci puoi anche passeggiare davanti e di dietro, guardarle dall’alto e dal basso: “qui oggetto è l’aria (materia anch’essa) che vi passa attraverso”, come scrisse Sandro Bajini.
Osservi queste trine, questi ricami, queste cuciture: sono cose raccolte qui e là, materiali di scarto, oggetti deteriorati dal tempo – e strappati al tempo.
Sembrano i resti fossili dei pensieri inconsci, le tracce di un sogno.
 

Siffredi dichiara che “ci vuole sempre un particolare su cui lavorare aggiungendo o togliendo, bruciando o cucendo”.
Il risultato è un apparente disordine, composto da formelle, pezzi di cartone, vecchi tessuti lacerati, che si trasforma in una sorta di architettura fragile e incantata.
Questi quadri hanno la magica bellezza delle ragnatele.
E se dovessimo indicarne un padre spirituale, saremmo prevedibili e ovvi, ma il nome che ci viene in mente è quello di Kurt Schwitters.
Naturalmente altri rapporti si possono scovare, altri predecessori o compagni di strada si possono indicare.
Così, quasi per gioco, un po’ avventatamente, possiamo provare a stabilire qualche connessione.
La poetica siffrediana trova un antecedente nei procedimenti di Burri, certo, che nei suoi sacchi strappati e ricuciti, nelle sue plastiche trasformate dal fuoco, trova il modo di realizzare raffinati equilibri spaziali e cromatici.
Da un punto di vista puramente visivo certi esiti possono ricordare Gaudì: taluni particolari di Casa Calvet o del Tempio della Sagrada Familia, per esempio.
O ancora si possono trovare parentele con i montaggi di frammenti della realtà attuati da Tony Cragg e con i graffiti di Cy Twombly, con le pitture di Antoni Tàpies e con l’operare di Domenico Bianchi, dove può capitare che alcuni piccoli lavori diventino - con un procedimento da musicista - motivi su cui basare ulteriori rielaborazioni.
Il cerchio metallico di Cose perdute a noi ha ricordato Self portrait as Enzo and as Twig di Douglas Beasley.
Nella Siffredi è fondamentale questo continuo costruirsi e sfaldarsi, questo decadere e questo risorgere dalle ceneri.
 

Ventimiglia (IM): Chiesa di San Francesco, part.

C’è una chiesa sconsacrata a Ventimiglia, la chiesa di San Francesco, nella zona alta della città, il cui interno risulta tutto come scalpellato. Le nicchie dove dovrebbero trovarsi le statue dei santi sono vuote. Le pareti sembrano rose dal lavorìo dei secoli. Andate a vederla. È come un quadro di Eleonora Siffredi.
Se andiamo a cercarci i primi lavori, talvolta ancora figurativi, dell’artista (una piccola grafica, un grande quadro con fiori) troveremo opere accurate, precise, meticolose. Eppure il segno è inconfondibile, si vede subito che la mano è la stessa - è lo stesso il pensiero che muove la mano, la capacità di rielaborazione, lo stile.
A Villa Luca è esposta una Composizione, datata in catalogo 2012 (ma la stessa opera, esposta, è indicata come Tappeto e datata 2013: le datazioni dei vari pezzi vanno prese cum grano salis, nella fluidità creativa della Siffredi, che lascia probabilmente germinare le opere con il tempo, prima nei suoi pensieri e poi nel loro farsi). Questo quadro è composto da sedici piccoli quadrati di carta, sedici tasselli, disposti l’uno accanto all’altro in quattro file.
Un ordine geometrico pacato, fermo, che dà a quella materia dilavata e decomposta una sorta di ritrovata purezza, di sommessa musicalità. Una semplicità assoluta, raggiunta come in una maturazione continua, così come cresce un albero o si leviga una roccia per l’azione del vento.
«È un lavoro lento. Io sono una persona lenta».

Marco Innocenti in IL REGESTO (Bollettino bibliografico dell’Accademia della Pigna - Piccola Biblioteca di Piazza del Capitolo), Sanremo (IM), anno VII, n° 1 (25), gennaio-marzo 2016

[Marco Innocenti è autore di diversi lavori, tra i quali: Verdi prati erbosi, lepómene editore, 2021; Libro degli Haikai inadeguati, lepómene editore, 2020; Flugblätter (#3. 54 pezzi dispersi e dispersivi), Lo Studiolo, Sanremo (IM), 2019; articoli in Sanremo e l’Europa. L’immagine della città tra Otto e Novecento. Catalogo della mostra (Sanremo, 19 luglio-9 settembre 2018), Scalpendi, 2018; Flugblätter (#2. 39 pezzi più o meno d’occasione), Lo Studiolo, Sanremo (IM), 2018; Sanguineti didatta e conversatore, Lo Studiolo, Sanremo (IM), 2016; Enzo Maiolino, Non sono un pittore che urla. Conversazioni con Marco Innocenti, Ventimiglia, Philobiblon, 2014; Sull’arte retorica di Silvio Berlusconi (con uno scritto di Sandro Bajini), Editore Casabianca, Sanremo (IM), 2010; con Loretta Marchi e Stefano Verdino, Marinaresca la mia favola. Renzo Laurano e Sanremo dagli anni Venti al Club Tenco. Saggi, documenti, immagini, De Ferrari, 2006]