mercoledì 2 dicembre 2020

Ho conosciuto un giovane e un vecchio Bilinski


Ho conosciuto un giovane e un vecchio Bilinski.
Il giovane lo conobbi a Bordighera Alta, dove abitava, nel 1949-50.
La villetta sul Beodo che lo ospitava era situata all’inizio del lungo percorso del canale, che scendeva dalla vallata del Sasso portando l’acqua alla vecchia città ampeliana.
L’acqua nella sua discesa bagnava anche le palme e il verde che cresceva alle loro ombre e moltissimi orti.
In quel periodo aveva iniziato una serie di grandi acquerelli: paesaggi e ritratti.
Fece posare anche i vicini di casa e alcune bambine del paese, tra cui mia sorella Ottavia e mia cugina Maria Pia.
Dipingeva i soggetti proprio sul Beodo a ridosso di un muro a secco.
Dalla piazza al Beodo c’è pochissima strada e sovente Bilinski scendeva e lo vedevo andare a passo svelto, con uno zainetto in spalla, pantaloncini corti, camicia a maniche corte: tutto dello stesso colore, chiaro come gli esploratori.
Noi bambini quasi sempre eravamo in piazza a giocare di fronte alla chiesa e l’originale personaggio non passava inosservato.
Non l’ho mai visto entrare nella chiesa della Maddalena.
Solo la gente e il paese lo incuriosivano.
Guardava con rapide occhiate e poi andava verso il Capo, fra il verde.
Il nobile polacco che ha viaggiato in Turchia, in Jugoslavia, che conosce Costantinopoli, Atene, Sarajevo, è un fuggiasco con alle spalle anni di accademie di belle arti.
Giunge in Italia con la Croce Rossa e le armate alleate, muovendosi da Trieste e dall’Adriatico verso la luce calda delle Riviere, a Camogli prima, a Bordighera dopo.
Oggi potrebbe sembrare, se fosse ancora fra no,  un personaggio di quello straordinario universo slavo di Kusturica, uno di quegli artisti vagabondi che all’arte del dipingere e dello scolpire affiancano la maestria di domatori d’orsi o di serpenti.
Invece il polacco di Leopoli, Roman Bilinski, altro non può che apparirci come uno dei tanti, tanti immigrati, apolidi, schegge della rivoluzione sovietica scagliate tra Oriente e Occidente, destinate, nel migliore dei casi, a cercare radici in un impossibile altrove mediante la fede nell’arte.
Con la moglie Marcella Conte compra una villa d’epoca sulla via Coggiola, appena sopra la via Romana e vi si trasferisce.
La villa è in una zona privilegiata fra l’Hotel Continental e l’Angst.
Con pochi restauri vi crea il suo nuovo atelier.
Nella nuova casa nascono i figli: una bambina Diana, e un bambino Ettore che, sin dalla nascita, saranno i suoi modelli preziosi, insieme alla mamma, che Bilinski ritrarrà continuamente.
Marcella aveva le sue stesse qualità.
Vivevano in armonia, sempre festosi.
Si assomigliavano anche nel camminare.
Come lui, Marcella parlava con dolcezza; un leggero sorriso accompagnava la sua parola.
Si era fusa con Roman in una simbiosi perfetta.
Seguiva il suo lavoro, sempre pronta a posare con il suo volto o nuda.
Moglie e musa, e soprattutto consigliera.
In questa serenità Roman non poteva che produrre bene.
La sua famiglia ha un ruolo im importantissimo nella sua pittura.
Nell’atelier di via Coggiola, le signore della Bordighera bene posavano per un ritratto.
Bilinski le intratteneva con particolari riguardi.
Una battuta spiritosa era l’occasione per cogliere un’espressione particolare dei loro volti.
Con i suoi soggetti parlava sempre di tante cose sempre con garbo e signorilità.
Per una passeggiata, andava in centro Bordighera con la moglie e il grande cane alano.
Quasi sempre visitava i negozi d’arte e d’antiquariato di Ricchetta e Bregliano.
Era un grande conoscitore di oggetti antichi, una passione nata in Turchia a Costantinopoli, dove visse per molti anni operando come scultore.
Nelle nature morte amava ritrarre armi, tappeti, vasi, oggetti che aveva portato dai suoi viaggi e di cui aveva cassetti colmi.
Amava restaurare e lo faceva con divertimento.
Un giorno lo aiutai a fissare delle veline a due pannelli cinesi riccamente decorati.
Il giardino della villa, che chiamava “la selva”, lo lasciava in proposito incolto.
Mi diceva che le piante devono incontrarsi, come gli umani.
In questo senso, pur rimanendo sostanzialmente un isolato, era circondato da molte persone.
L’aveva frequentato, per un certo periodo, il pittore Gatti che viveva in Arziglia, vicino alla casa del pittore-scultore Marcello Cammi e della baronessa Tjlla Flùgge, pittrice.
Luciano Gatti, di origine piemontese, era un figurativo e morì prematuramente.
La vodka che beveva Bilinski forse vi ha una sua colpa.
Era un rituale prima di lavorare: un pezzettino di pane e giù un bicchierino di colpo.
Bilinski, anche quando era vecchio, aveva una corporatura possente e la vodka sembrava che lo tonificasse.
Vodka che si preparava lui stesso con alcool e zucchero.
Era un artista pieno di vitalità, con lunghi baffi che scendevano fino al mento e oltre, sguardo penetrante, forte.
Un polacco che amava la steppa russa e forse di quella gente ne era il più alto rappresentante.
Portava una grande collana d’ambra su dei gilet eccentrici.

Sergio (Ciacio) Biancheri, Bordighera.net, 21 giugno 2011